I Normanni in Italia

L’avventura dei Normanni in Italia ha sempre generato attenzioni e suite particolari. Soprattutto si è cercato di capire come mai questi popoli del Nord, che in altre latitudini vengono chiamati “Vichinghi”, si siano spinti così tanto a Sud fino a sbarcare nel Meridione d’Italia, dandoci un lascito tangibile sia dal punto di vista artistico, sia dal punto di vista genetico.

Come sottolinea il nome essi partirono dalle coste nord-occidentali della Francia, in quella che oggi chiamiamo Normandia, come semplici avventurieri al principio del secolo XI. Tuttavia una presenza di pellegrini, avventurieri e mercenari è attestata precedentemente, sempre provenienti dalla Normandia, alla ricerca di terre fertili e temperate e anche per una situazione politica divenuta improvvisamente difficile dalla quale si poteva trarre vantaggio.

I Vichinghi erano noti principalmente come razziatori nei mare settentrionali dell’Europa, stabilendosi in Inghilterra, in Scozia, in Norvegia, Svezia e Danimarca. Una delle prime schiere si intromise subito nelle faccende pugliesi, dando modo ai vari razziatori di giocare un ruolo politico, che da insignificante all’inizio divenne sempre più importante. Il loro capo Rainulfo ebbe un piccolo riconoscimento ottenendo la signoria di Aversa e determinando così il primo vero radicamento di un piccolo nucleo in una zona ben determinata. La conquista dei Normanni dell’Italia meridionale occupò molto più tempo e si alternò a momenti di pace dovuti alla strenua resistenza dell’impero bizantino, nominalmente a capo dei territori, ma non in grado concretamente di opporre una resistenza credibile. Allo stesso modo gli fecero la guerra le repubbliche marinare e quel che restava dell’antico dominio longobardo (Benevento). Tuttavia i Normanni capirono ben presto come funzionava e seppero inserirsi nei giochi di potere della zona, penetrando sempre più grazie a un sistema di radicamento particolare: essi non si muovevano in massa come popolo come un’invasione barbarica, ma procedevano per piccoli gruppi che man mano si radicavano in un territorio, fino a diventare la maggioranza etnica dominante, se non sul piano demografico certamente in quello militare e politico (un po’ come succede con i cinesi, gli irlandesi e gli italiani nelle città americane e fine ‘800).

La narrazione che i primi immigrati facevano della bellezza dell’Italia, della ricchezza delle terre e della salubrità del clima non faceva altro che attirare altri gruppi, che andarono quindi a creare dei veri e propri nuclei dinastici, che si mettevano al servizio, grazie a forze soldatesche giovani e motivate, al servizio di vari signori locali, favorendo la disgregazione del potere bizantino.

È utile ricordare come in Italia la venuta dei Normanni non sia stata salutata come una sciagura, come invece narrano le cronache del tempo a proposito delle razzie dei Vichinghi nel Nord Europa. La dinastia normanna, cristiana e più francese che tedesca, era insolitamente tollerante verso popolazioni che spesso avevano culti e credenze differenti, proprie, e un modo di vivere proprio. Il re incarnava quasi tutti i poteri e aveva autorità sul clero, ma senza pregiudizi esclusivi sugli interessi economici delle genti che governava, tanto che ne seguì uno straordinario periodo di risveglio economico che raggiunse l’acme con Federico II di Svevia, col quale si interruppe la casata normanna (figlio di Costanza, zia dell’ultimo re normanno maschio).

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