La calata dei Galli, la prima invasione barbarica

CampidoglioEngQuando si parla di invasioni barbariche si fa normalmente riferimento ai due grandi cicli di invasioni, devastazioni e flussi migratori che hanno caratterizzato la storia dell’Impero Romano: la prima grande crisi del III secolo e quella del V secolo. Ma naturalmente i rapporti tra Romani e popoli del Nord Europa e delle steppe orientali erano già presenti nei secoli precedenti. Marco Aurelio, durante il suo impero, dovette fronteggiare la pressione dei Marcomanni in una serie di guerre violente e spietate, con le quali riuscì a rinforzare l’autorità imperiale ai confini del saliente danubiano. Con Claudio, nella prima metà del primo secolo, i Romani avevano sfidato i britanni e occupato l’attuale Inghilterra e il Galles. Con Giulio Cesare invece c’era stata la conquista della Gallia, corrispondente all’attuale Francia e al Benelux, una vasta terra abitata da popoli che da sempre rappresentavano il terrore di Roma. Infatti, 50 anni prima di Cesare era stato suo zio Mario, il sette volte console e riformatore dell’esercito, a diventare salvatore della patria, fermando la pericolosa invasione dei Cimbri e dei Teutoni, popoli di schiatta germanica che si muovevano dalla Danimarca e dalla Sassonia. Ma la prima vera sfida all’esistenza di Roma fu la celebre calata dei Galli del 390 a. C. Queste popolazioni erano presenti nell’attuale pianura Padana e spesso erano entrati a contatto con i liguri, i veneti e gli etruschi, cioè le popolazioni presente nel centro e nord Italia agli albori della storia romana. La potenza degli Etruschi era servita a limitarne le incursioni, ma una poderosa invasione all’inizio del IV secolo rimescolò l’equilibrio dei poteri, diverse popolazioni galliche si distribuirono nell’attuale Piemonte, occupando fino ai centri più importanti del centro Italia e venendo a diretto contatto con Roma.

Le fonti greche più risalenti all’antichità parlano della calata in massa dei Celti nella penisola, indicando come data il 388. Un’avanguardia dell’invasione raggiunse prima Chiusi e infine Roma. La giovane repubblica era nel pieno della sua espansione in Italia, ma non si era ancora consolidata. Fu mandato un esercito sul fiume Allia, nel tentativo di fermare l’invasione, ma i Romani caddero a migliaia, sconfitti duramente. Questo giorno infausto rimarrà per sempre nella memoria dei romani e fu il motivo principale della politica propagandistica di espansione verso nord, accolta sempre con favore ed entusiasmo. Di fronte al pericolo imminente i romani evacuarono la città e si dispersero nei dintorni. In città la resistenza si concentrò nel Campidoglio, che secondo le fonti non fu mai preso dai Galli grazie al valore di M. Manlio, da lì in poi chiamato Capitolino, svegliato dalle oche. La verità è che la resistenza si concentrò sui colli più alti, fortificati a dovere, tuttavia ciò bastò a rendere il Capitolium il simbolo della supremazia di Roma, divenendo sinonimo di capitale e di luogo consacrato all’istituzione che esprime il comando e il potere. La distruzione della città comunque fece vacillare la potenza di Roma nei confronti dei vicini e ci volle un po’ di tempo perché si riprendesse.

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