La vendetta di Hulk Hogan: risarcimento milionario

Il celebre wrestler Hulk Hogan, icona del WWE, ritiratosi qualche anno fa, riceverà 115 milioni di dollari di risarcimento per la vicenda che lo vede coinvolto nella pubblicazione e diffusione illegale di un video sexy sul web. La condanna ha riguardato la Gawker Media, resasi protagonista di una plateale violazione della privacy. La società, tramite i suoi legali, ha fatto sapere che è certa che in appello la sentenza verrà cambiata.

Non è il primo caso e la vicenda non riguarda solo la privacy, ma anche le azioni lesive. Pubblicare online immagini o video di persone nude senza il loro previo consenso, fenomeno chiamato “porno vendetta” e mandare messaggi abusivi online, che disturbano in modo manifesto (il cosiddetto trolling) può costare caro. E’ quanto stabilito da un giudice inglese che ha sentenziato due anni di prigione per le suddette attività. Queste misure stanno venendo finalmente adottate, anche in modo separato, nel mondo anglosassone e per estensione riguardano messaggi e immagini offensive postate su Facebook, Twitter e attraverso i sistemi di chat istantanea come Whatsapp, Telegram e simili. Gli emendamenti arrivano dopo una lunga serie di denunce e lamentele e casi molto importanti di offese online, che hanno coinvolto tanto personaggi importanti, quanto la gente comune. Il caso del giocatore di calcio inglese Chad Evans, che era finito in galera con l’accusa di stupro, ha avuto un pesante strascico online quando una donna che aveva semplicemente commentato il caso, ha ricevuto vere e proprie minacce di stupro. Per la cronaca Evans sta rientrando in squadra proprio in queste settimane e la polemica verteva intorno al suo riutilizzo in campo. Nel solo Regno Unito sono stati denunciati almeno 150 casi di pubblicazioni di foto abusive ed offensive, riguardanti anche degli adolescenti in taluni casi, solo negli ultimi 30 mesi. Fino ad adesso questo abuso non aveva ricevuto alcuna copertura legale, ne nessuna protezione vera e propria, se non facendo un riferimento alle leggi esistenti in materia di diffamazione e calunnia. Anche in Italia l’autorità garante per la privacy ha più volte sottolineato questo pericolo e ci sono state varie proposte di regolamentazione del settore, che tuttavia sono sembrate censorie e invasive della libertà di espressione. Quasi a manifestare una generale scarsa conoscenza del fenomeno internet. La difficoltà, secondo gli esperti del settore, è quella di stabilire quanto sia materializzato l’intento offensivo e violento. Dopotutto anche le mamme rimproverano i figli con espressioni a dir poco esagerate, che però non sottintendono una natura violenta, per cui la difficoltà sta nel stabilire quanto quella minaccia è concreta. Se è fatta da un tizio seduto a una tastiera, distante 500 chilometri, che non ha precedenti penali, ha una vita normale fatta della più scontata abitudine si fa fatica a pensare che possa essere qualificato come individuo pericoloso. E che le sue minacce abbiano una reale consistenza che superi semplicemente l’esagerazione.

L’intento di queste norme è comunque quello di fermare il fenomeno della maleducazione in generale, che spesso sconfina nella diffamazione senza che l’autore se ne renda veramente conto. C’è la tendenza a concepire il presunto anonimato sul web come uno scudo che protegge dalle ritorsioni, ma non è così. La Polizia Postale in Italia ha in mano tutti gli strumenti per operare in modo coercitivo contro chi si rende responsabili di concrete violazioni della legge. Ovviamente rimane centrale il problema di sapere il limite della libertà di espressione. Capire cioè fino a che punto si può esprimere dissenso, anche con un linguaggio colorito, e da che punto in poi si tratta di disturbo, di una forma di persecuzione online o di diffamazione a mezzo web.

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