La vittoria di Pirro

Pirro_Roma_280aCLa guerra di Pirro in Italia è importante per due motivi: per le conseguenze che ha sul dominio di Roma nel resto della penisola e per il fatto che per la prima volta gli eventi vengono narrati da molti storici di lingua greca. Il re dell’Epiro al tempo era considerato il condottiero più brillante e aveva un disegno politico di espansione molto chiaro. Pirro scese in campo quando Roma attaccò la città greca di Taranto ed egli, chiamato in soccorso, sbarcò in Italia con 30.000 soldati istruiti alla falange greca. Il primo scontro con i Romani avvenne nella colonia di Hearaclea, non lontano da Taranto, e per i Romani fu un’autentica batosta; essi resistettero a fatica all’impeto della falange e della cavalleria di Pirro, ma ebbe molta più difficoltà con gli elefanti. Pirro ora si trovava di fronte un territorio da battere, favorito dalla prudente ritirata dei Romani. La prima mossa fu quella di coinvolgere i tradizionali nemici storici di Roma, i Sanniti e gli Etruschi, dei quali conosceva il desiderio di rivincita. Il console romano Tiberio Coruncanio, immaginando questi propositi, soffocò sul nascere le velleità etrusche e ricongiunse il proprio esercito all’altra contingente consolare guidato da Valerio Levino. Era il 280 a. C. e Pirro temette di ritrovarsi accerchiato, per cui rinunciò ad attaccare direttamente Roma.

Un anno dopo Pirro nuovamente vinse una battaglia, ma le sorti della guerra erano ben lontane dall’essere decise. Il re dell’Epiro avrebbe voluto concludere in fretta la questione di Roma, per dedicarsi al suo ambizioso progetto di conquista della Sicilia. Il governo romano capì la situazione e provò a intavolare delle trattative col re nemico, spingendolo verso la Sicilia, cosa che insospettì Cartagine con la quale esistevano da tempo dei trattati di pace. Quando sembrò che le trattative tra Roma e Pirro stessero per concludersi in modo positivo, Cartagine mosse l’intera sua flotta da guerra in direzione di Roma, offrendo ai Romani aiuto e alleanza. La dimostrazione di forza però sortì l’effetto opposto, perché le classi commerciali di Roma vedevano con più favore un accordo con Pirro che con Cartagine. Pirro stesso non sapeva che fare: aveva vinto in modo splendido due battaglie, ma se non combatteva Roma la sua presenza nella penisola era inutile e dispendiosa. Fu Cartagine a togliere al Re dell’Epiro le castagne dal fuoco: temendo uno sbarco in Sicilia essa pose l’assedio a Siracusa immaginando che la ricca città dell’est fosse stata una minaccia. A Pirro non serviva altro che indossare nuovamente gli abiti del liberatore greco per prendere le armi contro Cartagine. Roma, seguendo la propria alleata, dichiarava nuovamente guerra a Pirro.

Pirro è passato alla storia anche per il proverbiale uso che si fa della locuzione “vittoria di Pirro”, quando si vuole sottolineare un’affermazione transitoria vittoriosa, ma inutile al contesto finale. In effetti Pirro era considerato uno dei più brillanti generali mai apparsi in Italia, ma come il suo successore Annibale fece troppi calcoli che consentirono a Roma di poter sempre ricostruire il suo esercito e dare battaglia.

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