Le leggi licinie-sestie e la parità tra plebei e patrizi

Il periodo seguito immediatamente all’invasione dei Galli e alle lotte con i Sanniti è denso di avvenimenti importanti dal punto di vista della politica interna. Sul piano politico si realizzano delle riforme che portano alla quasi parificazione dei diritti tra patrizi e plebei e alla formazione di quella classe patrizio-plebea ricca che dominerà Roma fino all’avvento dei Gracchi, tenendo le sorti del Senato e del governo per più di due secoli. Un rinnovamento di questo tipo era imposto dagli eventi stessi: prima di tutto occorreva ricostruire la città e dotarla di una cinta muraria che scongiurasse nuovi tentativi di invasione. Per questo furono innalzate nuove mura che comprendevano una superficie più ampia di quella precedente.

Ancora più profonda fu la trasformazione sociale della repubblica, in seguito alle leggi chiamate Licinie-Sestie, un corpus giuridico che probabilmente non appartiene del tutto all’anno 367 e agli stessi protagonisti, ma che videro in azione appunto i tribuni della plebe G. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano. Con questi leggi si ammise che un console doveva essere plebeo, cioè provenire dalle famiglie escluse quasi sempre dai giochi politici. Inoltre, fatto se vogliamo ancora più interessante, fu imposta una limitazione del possesso dell’agro pubblico, cioè di terreni di proprietà dello stato, detta modus agrorum, e l’ammissione dei plebei al suo godimento; infine pare che ci fosse un’ulteriore legge sui debiti e l’usura. La questione dell’ager publicus era veramente importante perché Roma acquisiva sempre più spesso nuovi territori che venivano confiscati ai nemici e incorporati nel demanio. Questa incorporazione non rimaneva stabile: capitava assai di frequente che a occuparla e gestirla fossero i già ricchi appartenenti alle grandi famiglie patrizie, che costituivano latifondo di proporzioni mai viste fino ad allora. La prima disposizione sul console plebeo rappresentava, in apparenza, il punto di arrivo di una lunga marcia di rivendicazione dei diritti civili da parte della plebe; l’apertura al consolato significava che la carriera politica (il cursus honorum) non era più precluso e che i plebei potevano gestire l’amministrazione e il tesoro, entrando anche a far parte del Senato. Questa duplicazione di poteri si riflette anche nella scelta di affiancare ai consoli i pretori, dei magistrati dotati di imperium che in genere venivano incaricati di amministrare la giustizia. Le magistrature repubblicane si completarono a costruire un’architettura istituzionale formata da magistrati doppi, con reciproci poteri di veto, e collegi.

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